Igor Sibaldi

SCUOLA DI DESIDERI


Igor Sibaldi, nato a Milano nel 1957 da madre russa e padre toscano, è scrittore, studioso di teologia e storia delle religioni.
Ha pubblicato diversi romanzi e curato l'edizione e la traduzione di numerosi classici della letteratura russa. Studioso di teologia neotestamentaria, dal 1997, con il suo romanzo-saggio "I maestri invisibili", ha cominciato a narrare la sua personale esplorazione "dei miti e dei territori dell'aldilà".
In seguito Igor Sibaldi ha pubblicato numerosi romanzi e saggi sullo sciamanismo, i testi sacri, le strutture superiori della coscienza e in particolare sul fenomeno degli "Spiriti Guida".
Su argomenti di mitologia e di psicologia del profondo tiene regolarmente conferenze e seminari in tutta Italia dal 1997.

La tecnica dei 101 desideri è un metodo ripreso e proposto dallo scrittore Igor Sibaldi per sviluppare le risorse e la motivazione personale per raggiungere i propri obiettivi. Si tratta di un'autoanalisi che si basa sui desideri. “Desiderare”, in italiano, è un atto bellissimo, viene dalla parola sidera, “stelle”, e significa letteralmente: accorgersi che nel tuo cuore c’è qualcosa in più di quel che, per ora, le stelle stanno concedendo all’umanità.”


La Scuola di Desideri è una conferenza a puntate che si struttura come una scuola vera e propria, dove ad ogni incontro si apprendono tecniche relative ad argomenti specifici, che vuole stimolare un impegno personale attraverso la scrittura su un quaderno dei propri desideri, per poter analizzare e comprendere cosa veramente vogliamo, e applicare il metodo per realizzarli.


Quando non riusciamo a fare ciò che vogliamo ci sentiamo sconfitti, a quel punto l'unica cosa che si può fare è superarsi. Come?
Intanto non desiderando quello che desiderano gli altri.

Cosa vorresti in questo momento? Un’automobile nuova, una casa nel centro storico della tua città, una situazione sentimentale stabile? Igor Sibaldi ci insegna che non ci sono limiti, è possibile chiedere tutto quello che vogliamo e non abbiamo mai osato nemmeno immaginare. La tecnica dei 101 desideri spezza le nostre resistenze, scava nel nostro intimo, portando alla luce i nostri veri bisogni e quindi anche la nostra essenza. È un esercizio impegnativo ma anche un gioco…si ritorna fanciulli e si osserva l’universo attraverso il volere profondo della nostra anima. 


Per partecipare bisogna procurarsi due quaderni dove stendere un lungo elenco di desideri… un quaderno per la brutta e un altro per la bella. La formulazione del desiderio dovrà rispettare delle regole molto rigide! Le regole sono 14...prima regola “io voglio”...

TOSCA

Giacomo Puccini (1858-1924)

Registrato dal vivo alla Metropolitan Opera, marzo 1985

Con Hildegard Behrens, Placido Domindo, Cornell MacNeil, Italo Tajo

Direttore d'orchestra Giuseppe Sinopoli

Regia e scene di Franco Zeffirelli

ADDIO ALLE “PICCOLE COSE”--Per ironia della sorte, l'opera che contende alla Bohéme il titolo della più fortunata tra tutte quelle di Puccini, universalmente apprezzata com'è per la concisione drammatica, l'immediatezza espressiva e il realismo dell'ambientazione, è quella che ebbe la gestazione più lunga. Dal 1889, anno in cui compaiono i primi accenni a Tosca nell'epistolario pucciniano, ci vollero infatti quasi undici anni prima che l'opera giungesse finalmente al debutto. Un'elaborazione tanto lunga fu dovuta non solo all'abituale lentezza del compositore, ma anche all'aperta ostilità che i librettisti, Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, il fortunato duo che nel 1896 aveva firmato proprio la Bohéme, manifestarono fin dall'inizio nei confronti di un soggetto da loro ritenuto del tutto inadatto al teatro musicale.

Fu quello del resto un periodo decisivo sia per la carriera di Puccini, che proprio in quegli anni era impegnato a consolidare la sua fama. La scena del melodramma stava conoscendo una fase di straordinaria vitalità con il fiorire di una nuova generazione di compositori, da Mascagni e Leoncavallo a Giordano, Cilea, Franchetti e altri, oltre allo stesso Puccini. Era nata la cosiddetta “Giovine Scuola”, termine coniato per indicare non tanto un'identità di stile e di gusto (il fenomeno produsse in realtà opere assai differenti tra loro) quanto una fortunata stagione creativa, improntata alla cosciente ricerca di nuovi moduli, drammaturgici e musicali, per rianimare le plurisecolari sorti dell'opera italiana giunta al termine della sua fase romantica. Proprio per venire incontro a tale esigenza di novità e alla necessità di attirare il pubblico con soggetti di forte impatto emotivo, Puccini aveva rivolto la sua attenzione al dramma in cinque atti di Victorien Sardou, La Tosca, cui ebbe modo di assistere riportandone una profonda impressione. Vi riconobbe subito quel soggetto e quei personaggi che andava cercando per scrollarsi di dosso il cliché di “cantore delle piccole cose”.--


Tosca è considerata l'opera più drammatica di Puccini, ricca com'è di colpi di scena e di trovate che tengono lo spettatore in costante tensione. Il discorso musicale si evolve in modo altrettanto rapido, caratterizzato da incisi tematici brevi e taglienti, spesso costruiti su armonie dissonanti ed è privo di ouverture iniziale.

La vena melodica di Puccini ha modo di emergere nei duetti tra Tosca e Mario, nonché nelle tre celebri romanze, una per atto (Recondita armonia, Vissi d'arte, E lucevan le stelle), che rallentano in direzione lirica la concitazione della vicenda.

L'acme drammatica è invece costituita dal secondo atto, che vede come protagonista il sadico barone Scarpia, in cui l'orchestra pucciniana assume sonorità che anticipano l'estetica dell'espressionismo musicale tedesco.


La trama si svolge a Roma nell'atmosfera tesa che segue l'eco degli avvenimenti rivoluzionari in Francia, e la caduta della prima Repubblica Romana in una data ben precisa: martedì 17 giugno 1800, qualche giorno dopo la Battaglia di Marengo.

Atto I

Angelotti (basso), bonapartista ed ex console della Repubblica Romana, è fuggito dalla prigione di Castel Sant'Angelo e cerca rifugio nella Basilica di Sant'Andrea della Valle, dove sua sorella, la marchesa Attavanti, gli ha fatto trovare un travestimento femminile che gli permetterà di passare inosservato. La donna è stata ritratta, senza saperlo, in un quadro dipinto dal cavalier Mario Cavaradossi (tenore). Quando irrompe nella chiesa un sagrestano (basso), Angelotti si nasconde nella cappella degli Attavanti. Il sagrestano, borbottando (...e sempre lava...), mette in ordine gli attrezzi del pittore che di lì a poco sopraggiunge per continuare a lavorare al suo dipinto (Recondita armonia...). Il sacrestano finalmente si congeda e Cavaradossi scorge nella cappella Angelotti, che conosce da tempo e di cui condivide la fede politica. I due stanno preparando il piano di fuga, ma l'arrivo di Floria Tosca (soprano), l'amante di Cavaradossi, costringe Angelotti a rintanarsi di nuovo nella cappella: Mario non può rivelare alla sua amata l'accaduto poiché teme che ella, fervida credente, riveli in confessione la presenza di Angelotti. Tosca espone a Mario il suo progetto amoroso per quella sera (Non la sospiri la nostra casetta...). Poi, riconoscendo la marchesa Attavanti nella figura della Maddalena ritratta nel quadro, fa una scenata di gelosia a Mario che, a fatica (Qual occhio al mondo...), riesce a calmarla e a congedarla.

Angelotti esce dal nascondiglio e riprende il dialogo con Mario, che gli offre protezione e lo indirizza nella sua villa in periferia. Un colpo di cannone annuncia la fuga del detenuto da Castel Sant'Angelo; Cavaradossi decide allora di accompagnare Angelotti per coprirlo nella fuga e portano con loro il travestimento femminile, dimenticando però il ventaglio nella cappella.

La falsa notizia della vittoria delle truppe austriache su Napoleone a Marengo fa esplodere la gioia nel sagrestano, che invita l'indisciplinata cantoria di bambini a prepararsi per il Te Deum di ringraziamento. Improvvisamente sopraggiunge con i suoi scagnozzi il barone Scarpia (baritono), capo della polizia papalina che, sulle tracce di Angelotti, sospetta fortemente di Mario, anch'egli bonapartista.

Per riuscire ad incolparlo ed arrestarlo e poter quindi scovare Angelotti, egli cerca di coinvolgere Tosca, ritornata in chiesa per informare l'amante che il programma era sfumato in quanto ella era stata chiamata a cantare a Palazzo Farnese per festeggiare l'avvenimento militare (Ed io venivo a lui tutta dogliosa...). Scarpia suscita la morbosa gelosia di Tosca usando il ventaglio dimenticato nella cappella degli Attavanti. La donna, credendo in un furtivo incontro di Mario con la marchesa, giura di ritrovarli.

Atto II

Mentre al piano nobile di Palazzo Farnese si sta svolgendo una grande festa alla presenza del Re e della Regina di Napoli per celebrare la vittoriosa battaglia, nel suo appartamento Scarpia sta consumando la cena. Spoletta (tenore) e gli altri gendarmi hanno seguito la furente Tosca fino alla villetta di Mario,dalla quale la donna è tuttavia uscita poco dopo, avendo compreso il grave errore causato dalla sua gelosia. Gli sbirri hanno perquisito a fondo la dimora ma non sono stati in grado di localizzare Angelotti, così arrestano Mario e lo conducono al cospetto di Scarpia. Il pittore, interrogato, si rifiuta di rivelargli il nascondiglio di Angelotti e viene quindi condotto in una stanza dove viene torturato.

Tosca, che poco prima aveva eseguito una cantata al piano superiore, viene convocata da Scarpia, il quale fa in modo che ella possa udire le urla di Mario. Stremata dalle grida dell'uomo amato, la cantante rivela a Scarpia il nascondiglio dell'evaso: il pozzo nel giardino della villa di Cavaradossi. Mario, condotto alla presenza di Scarpia, apprende del tradimento di Tosca e si rifiuta di abbracciarla. Proprio in quel momento arriva un messo ad annunciare che la notizia della vittoria delle truppe austriache era falsa, e che invece è stato Napoleone a sconfiggere gli austriaci a Marengo. Mario inneggia ad alta voce alla vittoria e Scarpia lo condanna immediatamente a morte mediante fucilazione, facendolo condurre via. Più tardi arriva anche la notizia che Angelotti si sia suicidato all'arrivo degli sbirri: Scarpia ordina che il suo cadavere sia impiccato accanto a Cavaradossi. Disperata, Tosca chiede a Scarpia di accordare la grazia a Mario: il barone acconsente solo a patto che lei gli si conceda. Inorridita, la cantante implora il capo della polizia e si rivolge in accorato rimprovero a Dio (Vissi d'arte, vissi d'amore), ma invano: Scarpia è irremovibile e Tosca è costretta a cedere. Scarpia convoca quindi Spoletta e, con un gesto d'intesa, fa credere a Tosca che la fucilazione sarà simulata e i fucili caricati a salve. Dopo aver scritto il salvacondotto che permetterà agli amanti di raggiungere Civitavecchia, Scarpia si avvicina a Tosca per riscuotere quanto pattuito, ma questa lo colpisce a morte con un coltello trovato sul tavolo. Quindi prende il salvacondotto dalle mani del cadavere, poi, in uno slancio di religiosa pietà, pone due candelabri accanto al corpo di Scarpia, un crocifisso sul suo petto, e finalmente scappa via.

Atto III

È l'alba. In lontananza un giovane pastore canta una malinconica canzone in romanesco. Sui bastioni di Castel Sant'Angelo, Mario è ormai pronto a morire e inizia a scrivere un'ultima lettera d'amore a Tosca, ma, sopraffatto dai ricordi, non riesce a terminarla (E lucevan le stelle). La donna arriva inaspettatamente e spiega a Mario di essere stata costretta ad uccidere Scarpia, mostrandogli il salvacondotto e lo informa quindi della fucilazione simulata. Scherzando, gli raccomanda di fingere bene la morte. Mario però viene fucilato veramente: Tosca, sconvolta e inseguita dagli sbirri che hanno trovato il cadavere di Scarpia, grida "O Scarpia, avanti a Dio!" e si getta dagli spalti del castello.

Inaugurazione 03 ottobre 2020

Proiezione MUSICART: RAFFAELLO per il 500° dalla morte.


Un ringraziamento alla vicesindaca Dott.ssa Barbagli, all'assessora Raffaela Franceschetti,
alle associazioni Elbabook e Carlo d'Ego per la partecipazione.